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“Dodici mesi di importanti riforme legislative e istituzionali in tema di sicurezza e lotta al crimine, ma la chiave di tutto è sempre la cooperazione”: Caterina Chinnici ripercorre il terzo anno di legislatura europarlamentare che ha battezzato direttiva antiterrorismo, procura europea e norme antifrode

Da un lato i frutti importanti del lavoro svolto per potenziare gli strumenti legislativi antiterrorismo, anche sulla scia dell’esperienza italiana. Dall’altro una minaccia che periodicamente si ripresenta come se giungesse dall’ignoto, e come se poco fosse davvero cambiato sul fronte della sicurezza nel territorio dell’Unione Europea. I nuovi recenti episodi, tra cui l’attentato sulla Rambla di Barcellona, inducono a storicizzare così il terzo anno dell’ottava legislatura del Parlamento Europeo, che pure ha prodotto atti normativi e riforme istituzionali di rilevanza assoluta. La nuova direttiva per il contrasto al terrorismo, per esempio. O quella per la protezione degli interessi finanziari dell’UE (direttiva Pif), a sua volta strettamente legata alla nascita della procura europea finalmente alle porte. Tutti dossier al centro dell’attività di Caterina Chinnici, eurodeputata siciliana di S&D in forza alla commissione Libe. Nuovi istituti i cui destini sembrano destinati a incrociarsi.

Caterina Chinnici PE

Onorevole Chinnici, mentre l’UE adotta nuovi strumenti per potenziare la lotta al terrorismo e la prevenzione, nelle città europee la popolazione continua a essere bersaglio di attacchi più o meno estemporanei portati da “lupi solitari” e cellule filo-jihadiste. Viene da chiedersi: mettere in sicurezza il Vecchio Continente è un obiettivo realistico?

“Una cosa è chiara a tutti: non è possibile realizzare condizioni di sicurezza assoluta, soprattutto considerando l’alto tasso di imprevedibilità assunto dagli attacchi, sempre più spesso organizzati in autonomia da singoli soggetti radicalizzati, perfino da persone con cittadinanza europea. Alle sconfitte militari subite negli ultimi tempi dall’Isis in Medio Oriente non corrisponde un’automatica riduzione del rischio di attentati in Europa: sono in gioco molti fattori e tra questi metto anche fenomeni di disagio sociale e marginalizzazione, da affrontare con uguale priorità. Di certo si può elevare in modo consistente il livello di sicurezza, ciò che i cittadini dell’Unione chiedono a gran voce alle istituzioni comunitarie, come evidenziato da un sondaggio dell’Eurobarometro. Non è solo una questione di norme codificate, ma intanto su questo fronte abbiamo compiuto grossi passi in avanti”.

A febbraio il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva antiterrorismo, di cui lei è stata co-artefice come relatore per conto di S&D anche con l’inserimento di alcuni emendamenti. Per l’operatività delle nuove disposizioni bisognerà attendere il recepimento da parte degli stati membri, ma c’è già chi guarda oltre. Proprio in questi giorni il ministro italiano della Giustizia Andrea Orlando ha proposto che il mandato della procura europea sia esteso alle indagini antiterrorismo, mentre dal presidente dell’Europarlamento Tajani è arrivata la proposta di una FBI europea. Quanto può contribuire il nuovo testo legislativo a rendere più efficace la strategia di contrasto?

“La direttiva antiterrorismo è un tassello da solo non risolutivo ma determinante proprio perché forma una base solida per armonizzare le legislazioni nazionali e fronteggiare il problema con approccio sovranazionale anche sotto il profilo investigativo, non solo in funzione repressiva. Le nuove disposizioni configurano le fattispecie di reato prevedendo tra le condotte criminose la provocazione pubblica a commettere atti di terrorismo, la pubblicazione di contenuti illeciti nel web, il reclutamento, l’addestramento e i viaggi a fini terroristici, il finanziamento del terrorismo. Una cornice normativa essenziale per arginare, fra l’altro, i cosiddetti lupi solitari e i foreign fighters, ovvero i principali fattori di imprevedibilità della minaccia terroristica. Le nuove fattispecie incriminatrici consentiranno alle autorità di contrasto di anticipare la soglia dell’intervento in presenza di determinati presupposti di fatto, e questo si tradurrà in una maggiore prevenzione. Ritengo però che l’elemento chiave sia la norma con la quale si impone agli stati membri dell’UE di condividere le informazioni, in modo da rafforzare la cooperazione tra le forze di polizia, giudiziarie e di intelligence. Le indagini hanno infatti dimostrato che l’esecuzione di alcuni attentati è stata facilitata proprio dalla mancata condivisione di informazioni. Nel testo della direttiva abbiamo anche portato alcuni aspetti dell’esperienza italiana antimafia e antiterrorismo. Un’altra disposizione da noi fortemente voluta è quella che impegna i paesi UE a fornire alle autorità di contrasto strumenti investigativi efficaci come quelli impiegati per perseguire la criminalità organizzata e i reati gravi. Nella stessa norma abbiamo inoltre previsto il congelamento e la confisca dei beni utilizzati dai gruppi terroristici o ricavati dalle loro attività: proprio nel nostro paese abbiamo ampiamente sperimentato quanta siano utili questi strumenti per togliere linfa economica ai sistemi criminali. Ci sono anche norme inserite per spezzare gli intrecci, finanziari e non solo, tra gruppi terroristici e altre organizzazioni criminali, legami ormai assodati che si manifestano anche nella produzione e fornitura di documenti falsi. Infine la direttiva contiene altre due disposizioni per le quali mi sono molto battuta. Una prevede la circostanza aggravante a carico di chi addestra o recluta minorenni per le azioni terroristiche, l’altra va in aiuto di quanti abbiano subito le conseguenze di attacchi terroristici, stabilendo che per loro gli stati membri dovranno farsi carico dell’assistenza medica, psicologica e legale. Detto tutto ciò, è evidente che il contrasto al terrorismo non può esaurirsi nell’intervento legislativo ma richiede la concreta e massima cooperazione tra gli stati membri anche sul piano operativo, quella che purtroppo è spesso mancata. Si tratta di far funzionare al meglio i nuovi strumenti e quelli già esistenti, per esempio valorizzando il ruolo delle agenzie dell’Unione e l’interoperabilità delle banche dati”.

A nuovi strumenti di contrasto si accompagnano inevitabili risvolti legati alla tutela delle libertà fondamentali. Una questione dibattuta già a proposito della privacy nella primavera 2016, dopo l’approvazione della direttiva Pnr che dispone la raccolta dei dati sui passeggeri da parte delle compagnie aeree. La nuova direttiva antiterrorismo prevede garanzie e contrappesi?

“Sì, anche su questo c’è stata grande collaborazione con la relatrice principale Monika Hohlmeier e con tutti i relatori-ombra: i valori fondanti dell’UE e della nostra civiltà non possono essere messi in discussione. Riteniamo di aver trovato il corretto bilanciamento. La direttiva afferma in modo netto che, nelle singole misure attuative, gli stati membri dovranno sempre rispettare i principi e i diritti fondamentali sanciti dal Trattato sull’Unione Europea. Alla Commissione Europea è anche fatto obbligo di valutare, con una relazione periodica al Parlamento, l’impatto della direttiva sui diritti e sulle libertà fondamentali. Nel dettaglio, per fare un paio di esempi, è stabilito che la rilevanza penale dei viaggi non possa essere disgiunta dalla conoscenza di fatti dai quali emerga la finalità terroristica degli spostamenti, così come l’espressione nel dibattito pubblico di opinioni radicali su questioni politiche sensibili rimane fuori dalla definizione di pubblica provocazione per commettere reati di terrorismo”.

Tra le materie della commissione parlamentare di cui lei fa parte, la Libe, c’è il pezzo forte di questo terzo anno di legislatura: il dossier per l’istituzione dell’ufficio del procuratore europeo. E lei ci ha lavorato anche come relatore-ombra in seno alla commissione Cont, di cui è componente supplente. Gestazione lunga e laboriosa, ma ora lo striscione del traguardo è a un passo grazie al via libera dato dal Consiglio dell’UE al nuovo regolamento. Non c’è l’unanimità, però, e si è dovuto fare ricorso alla cooperazione rafforzata: l’intesa accomuna 20 stati membri, gli altri restano fuori. E l’Italia, che tanto aveva insistito per dare vita al nuovo organismo, ha poi aderito in extremis, con molte perplessità. Lei che è stata ed è una “accesa” sostenitrice della procura europea, come legge tutto questo?

“Io penso che l’inserimento di questo nuovo organismo nell’architettura dell’Unione sia un fatto di portata storica e che con esso si apra la prospettiva di un salto di qualità nella lotta agli interessi criminali. Il testo del regolamento non soddisfa pienamente le ambizioni iniziali perché permangono elementi che limitano i poteri istruttori e l’indipendenza della nuova struttura. Da qui il comprensibile disappunto dell’Italia. Rimane tuttavia la portata innovativa della procura europea, il primo organismo dotato di autonomi poteri di indagine a livello sovranazionale. Non dimentichiamo che l’esercizio giurisdizione penale è generalmente vissuta come l’essenza della sovranità, di cui tutti i paesi sono gelosi. Ma qui si tratta di condividere sovranità, non di cederla. L’auspicio è che anche gli altri stati aderiscano strada facendo. Nell’attesa occorrerà fissare un preciso orientamento sui rapporti con l’agenzia Eurojust, proprio in considerazione degli spazi non coperti dall’azione della procura europea”.

Quali aspettative è possibile investire sulla procura europea?

“Intanto occorre mettere in moto al più presto il nuovo ufficio. Inizialmente avrà competenza solo sui reati contro gli interessi finanziari dell’Unione, ma la sua competenza potrebbe in seguito essere estesa a tutta la criminalità grave che presenti dimensione transnazionale. Dal mio punto di vista, è questa l’aspettativa più grande. In proposito, peraltro, reputo necessario che ancor prima l’UE codifichi una nozione comune di criminalità organizzata, motivo per cui ho anche commissionato un apposito studio. Però sarebbe sbagliato considerare di secondo piano la missione iniziale della procura, incentrata sulle figure di reato descritte dalla direttiva Pif che la plenaria ha varato a luglio. Gli stessi interessi delle organizzazioni criminali passano spesso per questo tipo di illeciti, e comunque la direttiva Pif sarà la spina dorsale del nuovo sistema penale di contrasto alle frodi e alla corruzione. Fondamentale, fra l’altro, il suo richiamo alle frodi sull’Iva, invocato nel parere approvato a dicembre dalla Libe e del quale ho coordinato la stesura. In quel documento abbiamo sollecitato anche la creazione di un sistema europeo di protezione per gli informatori, i cosiddetti whistle blowers, che contribuiscono all’individuazione delle frodi”.

Una divagazione. Queste evoluzioni, nelle quali sono riflesse alcune metodologie applicate con successo in Italia, suggeriscono anche elementi di continuità con il lavoro di suo padre, Rocco Chinnici, fondatore del pool antimafia. È di poche settimane fa la notizia di un Tv-movie già in preparazione per Raiuno, tratto da “È cosi lieve il tuo bacio sulla fronte”, il libro che lei ha dedicato alla sua figura di uomo, padre e magistrato. È la prima fiction televisiva su Rocco Chinnici, che qui avrà il volto di Sergio Castellitto. Che effetto le fa?

“Mio padre è una costante fonte di ispirazione per il mio impegno nelle istituzioni. Sarà un evento importante per me e per tutta la nostra famiglia ma in fondo, credo, anche per l’intera collettività, perché avvicinerà al grande pubblico la figura di Rocco Chinnici e il suo prezioso contributo alla moderna antimafia e al rinnovamento socio-culturale, a mio avviso non sufficientemente conosciuto. Mio padre ha saputo guardare oltre infrangendo gli schemi, il suo metodo di lavoro ha dato un impulso al cambiamento che non si è mai più fermato. Mi ha fatto molto piacere anche l’essere stata coinvolta dalla produzione nella rifinitura della sceneggiatura e nella caratterizzazione di alcuni personaggi, così come l’aver potuto assistere alle riprese sul set”.

Fiction Chinnici Corsera 12-7-2017 per WEB
L’articolo del Corriere della Sera sul Tv-movie dedicato a Rocco Chinnici

C’è un’altra relazione alla quale lei ha lavorato come relatore per S&D all’interno della Libe, quella sui sistemi carcerari in Europa e sulle condizioni di detenzione. La commissione l’ha approvata a giugno. Quale l’obiettivo di questo documento?

“Era necessario affrontare il problema del sovraffollamento dei penitenziari che, oltre a incidere sui diritti umani, ostacola spesso la finalità rieducativa della pena. In sostanza questo documento fornisce importanti linee guida agli stati membri, rielaborando le best practice messe in atto da alcuni paesi. Alla base dei miei emendamenti accolti nel testo finale c’è un principio guida: per una società più equa e sicura occorre aiutare le persone che hanno scontato la pena a riprendere un precorso di vita nel solco della legalità. Non soltanto condizioni di vita più dignitose nelle carceri, quindi, ma anche azioni formative mirate al reinserimento e misure alternative alla detenzione se e quando funzionali a prevenire la recidiva. C’è anche un’indicazione per la formazione specifica del personale penitenziario, sia nell’ottica della generale funzione rieducativa, sia per facilitare la tempestiva individuazione di eventuali segnali di radicalizzazione terroristica delle persone recluse. Il dossier prevede come extrema ratio la detenzione dei minori, da eseguire comunque in strutture separate da quelle per gli adulti, assicurando l’accesso all’istruzione. Si afferma inoltre il diritto dei minori figli di detenuti, più di 800mila in Europa, al mantenimento dei rapporti affettivi con i genitori. Voglio ricordare, in proposito, anche la dichiarazione scritta che ho promosso con altri nove colleghi di vari gruppi parlamentari per proporre l’adozione di una carta europea dei diritti dei minori figli di persone recluse, sull’esempio italiano”.

Un cenno alla crisi migratoria irrisolta, che continua ad agitare le cronache e le stanze della politica. Recentemente sotto i riflettori sono finite le Ong impegnate nei salvataggi in mare, in seguito alla pubblicazione di filmati che documenterebbero appuntamenti in acque internazionali con i trafficanti di esseri umani. E si è passati, tra mille polemiche, alla stesura di un codice di condotta che prevede anche la presenza della polizia giudiziaria a bordo delle navi. Alcune Ong lo hanno sottoscritto, altre no. Nel frattempo, per contrastare il traffico di esseri umani il governo italiano cerca intese con le varie “anime” che si dividono il controllo del territorio Libico. E gli sbarchi proseguono. Insomma, gli appelli alla solidarietà e alla condivisione di responsabilità rivolti ai paesi UE non sembrano aver cambiato le cose…

“Il contributo delle Ong è a mio avviso fondamentale, imprescindibile. In traffico di esseri umani va combattuto, ed è giusto che si ponga rimedio a eventuali storture ove provate, ma senza generalizzazioni che sono indubbiamente sbagliate. Nell’ultimo anno le occasioni pubbliche di confronto sul tema migrazione, anche ad alto livello, sono state numerose. L’incontro a Siracusa con il primo vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans, la visita della Cosac a Ragusa e Pozzallo, la conferenza di Malta sui minori migranti scomparsi, il forum europeo sui diritti del fanciullo, il meeting di Palermo sulle best practice, e poi i dibattiti in plenaria e in commissione. Però lo stato della solidarietà in ambito europeo è descritto, ahimè, dal numero irrisorio di ricollocamenti effettuati in rapporto a quelli concordati tra gli stati dell’UE, da portare a termine entro settembre. Per questo ho chiesto in plenaria che il programma sia prorogato e reso obbligatorio. Tuttavia mi sento di poter dire che il tanto insistere con le iniziative di sensibilizzazione ha prodotto qualcosa almeno per ciò che riguarda la protezione dei minori migranti. Parlo delle linee guida pubblicate ad aprile dalla Commissione Europea, una prima risposta all’appello lanciato proprio a Malta dall’intergruppo per i diritti dei minori che co-presiedo. La comunicazione della Commissione fa riferimento alla rapida identificazione e alla tutela per i minori migranti fin dal momento dell’arrivo, al potenziamento del ruolo dei tutori per quelli non accompagnati, a procedure più celeri per favorire i ricongiungimenti familiari, a condizioni di accoglienza e assistenza adeguate, a misure specifiche per l’integrazione. Prevede inoltre che in ogni procedura legata alla gestione dei flussi migratori sia data priorità ai casi in cui sono coinvolti bambini o adolescenti. In sintesi, c’è ora la possibilità di una migliore cooperazione tra paesi UE per attuare il principio del superiore interesse del minore. Era essenziale che venisse riconosciuta la vulnerabilità dei bambini migranti. In questo l’Italia è già avanti grazie alla legge approvata recentemente. Va anche ricordato che a febbraio è iniziata in Libe la discussione sul dossier relativo a Eurodac, il database europeo per il confronto delle impronte digitali dei richiedenti asilo e di altre categorie di immigrati. Si prospetta una riduzione dell’età minima per il prelevamento dei dati biometrici dei minori, accorgimento necessario per alzare il livello di protezione ma, come ho richiesto espressamente, a patto che questa scelta sia accompagnata da adeguate garanzie, per esempio l’adozione di procedure non invasive e l’intervento di personale specializzato”.

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Caterina Chinnici col commissario europeo per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos durante il meeting di Malta

Usciamo dalla sfera di competenza della Libe. Un’altra questione “rumorosa” ha acceso la dialettica parlamentare e l’attenzione mediatica, quella scaturita dal famigerato Ceta, criticatissimo accordo economico e commerciale UE-Canada. Il Parlamento Europeo lo ha approvato a febbraio concludendo il procedimento di ratifica. Lei però ha votato contro. Come mai?

“Perché, pur se non privo di risvolti positivi legati all’ampliamento delle opportunità di mercato oltreoceano per le aziende europee, il Ceta va in sostanziale contraddizione con gli obiettivi di coesione economica, sociale e ambientale che devono guidare il cammino dell’Unione Europea. Prevedibilmente, a trarre beneficio dalle nuove dinamiche concorrenziali, anche in territorio UE, saranno soprattutto le imprese di grandi dimensioni, a discapito delle piccole e medie imprese che sono lo zoccolo duro del tessuto produttivo nelle regioni del sud Italia e, in particolare, in Sicilia. Di queste specificità territoriali il testo non tiene adeguatamente conto. A questo si aggiunga che sono appena tre i dop o gli igp siciliani inclusi nella lista dei prodotti italiani a indicazione geografica riconosciuti in seno all’accordo, cioè quelli che potranno ricevere in Canada un regime di protezione analogo a quello vigente in Europa”.

Nell’ottobre scorso avete votato in plenaria la ratifica dello storico accordo di Parigi contro le alterazioni climatiche. E due mesi fa avete dato semaforo verde alla proposta di regolamento per le riduzioni annuali vincolanti delle emissioni di gas serra a carico dei paesi UE nel periodo 2012-2030, in attuazione degli impegni assunti con l’accordo di Parigi. Tra questi due momenti, però, il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha sconfessato urbi et orbi l’accordo, preannunciando che se ne svincolerà unilateralmente. L’UE, a giudicare dagli atti, tiene la barra dritta, ma il disimpegno degli Usa non rischia di compromettere il raggiungimento dell’obiettivo?

“Difficile dirlo, così come è difficile prevedere se è così che andrà davvero. Io penso però che la lotta ai cambiamenti climatici indotti dall’uomo non sia più un’opzione bensì una necessità. L’Unione Europea deve confermare il proprio ruolo di leader mondiale nella salvaguardia del pianeta, anche alla luce della nuova posizione assunta dagli Usa. L’accordo di Parigi rappresenta una grande pagina di storia e va difeso. Noi europei siamo stati i primi a capire la pericolosità degli effetti dei cambiamenti climatici e, sebbene a volte criticati per la severità delle norme sull’ambiente, alla fine abbiamo avuto ragione. Gli obiettivi devono rimanere ambiziosi perché il futuro è nelle strategie di lungo termine basate sull’efficienza energetica, sulla sicurezza energetica e sulla crescita dei settori a basse emissioni”.

Un cenno ai workshop sui finanziamenti europei da lei ideati per informare sulle opportunità offerte dai programmi dell’UE. A maggio a Palermo si è tenuto un nuovo incontro, sempre sui fondi diretti, questa volta per un focus sulle professioni tecniche in collaborazione con gli ordini professionali. Questi seminari sono riusciti a smuovere un po’ le acque?

“C’è chi è riuscito a farne tesoro e ad ottenere finanziamenti per i propri progetti. Sono anche nate collaborazioni tra i partecipanti e gli esperti che abbiamo invitato come relatori. Ovviamente non è mai abbastanza, soprattutto in rapporto alle chance che ci sono. Spesso queste somme messe in palio dalla Commissione sono viste come qualcosa di irraggiungibile, ma non è così. Sta tutto nel conoscere i programmi di finanziamento, nel sapere come impostare una proposta progettuale, come strutturarsi anche attraverso il partenariato, come rispondere agli avvisi. Continueremo a promuovere questi incontri per aiutare gli operatori economici siciliani a cogliere le opportunità”.

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Un momento del workshop tenuto a Palermo, nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza

Il provvedimento votato nel corso dell’anno al quale dedicherebbe la menzione speciale?

“La risoluzione approvata alla vigilia della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, con la quale l’Assemblea legislativa ha chiesto alla Commissione Europea di attivarsi per la ratifica della convenzione di Istanbul. Le violenze e gli abusi sulle donne sono una drammatica realtà, anche in ambito familiare. L’UE deve dare questo segnale, deve lanciare un messaggio sulla necessità di proteggere le donne, che significa al tempo stesso proteggere i bambini dai traumi indelebili ai quali possono andare incontro assistendo alle violenze”.

Infine uno sguardo all’immediato futuro. Tra pochi giorni riprenderà il calendario delle attività parlamentari: quali le nuove sfide?

“Come relatore per il gruppo S&D mi occuperò del nuovo regolamento di Eu-Lisa, l’agenzia che gestisce i sistemi informatici di monitoraggio per le politiche dell’UE in materia di sicurezza, giustizia e libertà, il cui lavoro ho potuto osservare da vicino nel corso di una missione istituzionale svolta a gennaio. Farò parte, inoltre, del Joint Parliamentary Scrutiny Group di Europol, un nuovo gruppo istituito in base al regolamento dell’agenzia entrato in vigore il primo maggio scorso. L’una e l’altra svolgono compiti fondamentali in funzione delle politiche di sicurezza e, come ho già detto, valorizzare le potenzialità delle agenzie è a mio avviso l’indispensabile complemento delle innovazioni legislative”.

Dario Lo Verde

(Responsabile informazione e comunicazione per l’On. Caterina Chinnici)

 

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